APPROFONDIMENTI · PUBBLICATO IL 13 AGOSTO 2026
Fra meno di dieci anni AI e robotica avranno cancellato il 95% dei lavori attuali. Tu che lavoro farai?
Se AI e robotica trasformassero quasi tutti i lavori attuali, quale lavoro faresti? La caratteristica fondamentale può diventare una bussola oltre i titoli professionali.

Introduzione
Immagina di svegliarti una mattina del 2035 e scoprire che il tuo lavoro non esiste più.
Non perché l’azienda abbia chiuso. Non perché tu abbia commesso un errore. E nemmeno perché un concorrente più giovane o più preparato abbia preso il tuo posto.
Semplicemente, gran parte delle attività per cui venivi pagato viene svolta da un’intelligenza artificiale o da un robot: più velocemente, a un costo inferiore e senza bisogno di ferie, pause o riposo.
Ora immagina che non sia successo soltanto a te, ma al 95% delle professioni che conosciamo oggi.
Tu che lavoro farai?
La risposta più spontanea è cercare di prevedere quali mestieri sopravvivranno: tecnico di robot, esperto di intelligenza artificiale, psicologo, artigiano, infermiere, consulente, creativo. È comprensibile. Quando il futuro appare incerto, vorremmo trovare un elenco di lavori sicuri e scegliere quello giusto.
Ma quell’elenco, anche se esistesse, invecchierebbe molto rapidamente.
La domanda più utile non è soltanto:
Quale lavoro non potrà essere sostituito?
È anche:
Qual è il contributo che mi viene naturale portare, qualunque forma assuma il lavoro?
È qui che entra in gioco la caratteristica fondamentale.
Prima di tutto: il 95% non è una previsione certa
Il titolo di questo articolo contiene volutamente uno scenario estremo. Oggi non abbiamo prove sufficienti per affermare che, entro meno di dieci anni, AI e robotica cancelleranno il 95% dei lavori attuali.
Le analisi disponibili descrivono uno scenario più articolato. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che circa un lavoratore su quattro svolga una professione in qualche misura esposta all’intelligenza artificiale generativa, ma ritiene più probabile la trasformazione della maggior parte dei lavori rispetto alla loro completa eliminazione. Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, basato sulle aspettative dei datori di lavoro, prevede entro il 2030 sia la scomparsa sia la nascita di milioni di posti di lavoro, con un saldo complessivo positivo ma un forte cambiamento delle competenze richieste.
Non sappiamo quindi se il numero reale sarà il 10%, il 30%, il 50% o altro. Non sappiamo nemmeno quanto velocemente la robotica riuscirà a portare nel mondo fisico ciò che l’intelligenza artificiale sta già facendo nel mondo digitale.
Ma il numero esatto non cambia la questione centrale.
Anche se il 95% fosse soltanto una provocazione, ci obbliga a guardare in faccia una possibilità concreta: il nome del nostro lavoro potrebbe durare meno della nostra vita professionale.
Prendiamo allora sul serio questo scenario-limite e chiediamoci che cosa rimarrebbe.
Il tuo lavoro non è una cosa sola
Quando dici “sono un commercialista”, “sono una designer”, “sono un insegnante” o “sono un programmatore”, stai usando un titolo per riassumere molte cose diverse:
- le attività che svolgi;
- le competenze che hai acquisito;
- gli strumenti che utilizzi;
- il settore in cui lavori;
- le responsabilità che ti assumi;
- le persone per cui crei valore;
- il tuo modo personale di affrontare i problemi.
AI e robotica non colpiscono tutte queste dimensioni nello stesso modo.
Un sistema può automatizzare un’attività. Può rendere meno rara una competenza. Può sostituire uno strumento o cambiare un intero processo. In alcuni casi può anche far scomparire una professione così come la conosciamo.
Ma questo non significa necessariamente che scompaia il bisogno a cui quella professione rispondeva.
Potrebbe scomparire il lavoro di chi prepara manualmente un certo documento, mentre rimane il bisogno di comprendere una situazione e prendere una decisione. Potrebbe ridursi il lavoro di chi produce immagini standard, mentre rimane il bisogno di dare una forma riconoscibile a un’identità. Potrebbe essere automatizzata una parte dell’assistenza, mentre rimane il bisogno di sentirsi ascoltati, orientati e accompagnati.
Le attività cambiano. Gli strumenti cambiano. Le professioni vengono rinominate, fuse o divise.
Il contributo che una persona tende a portare può invece riapparire in contesti molto diversi.
Che cos’è la caratteristica fondamentale
La caratteristica fondamentale è il modo ricorrente e personale con cui osservi la realtà, affronti le situazioni e produci un cambiamento utile.
Non coincide con una competenza tecnica. Non è “saper usare Excel”, “programmare”, “scrivere bene” o “parlare inglese”. Queste sono capacità che puoi apprendere, migliorare e, in parte, delegare a una tecnologia.
Non coincide nemmeno con il tuo ruolo. Essere avvocato, responsabile delle risorse umane, cuoco o consulente dice dove applichi ciò che sai fare, ma non spiega completamente che cosa ti viene naturale fare per gli altri.
Una persona, per esempio, potrebbe avere la tendenza spontanea a:
- rendere semplice ciò che appare confuso;
- mettere in relazione persone, idee o sistemi separati;
- far sentire gli altri accolti e parte di un gruppo;
- individuare ciò che non funziona e trovare una soluzione;
- trasformare un’intuizione vaga in qualcosa di concreto;
- proteggere persone, risorse o principi da rischi evitabili;
- vedere possibilità che gli altri non hanno ancora riconosciuto;
- dare ordine, continuità e affidabilità a situazioni caotiche;
- aiutare qualcuno a crescere e diventare autonomo;
- esprimere in una forma visibile qualcosa che gli altri sentono ma non riescono a dire.
Questi esempi non sono etichette definitive. Servono a distinguere il titolo professionale dal filo che attraversa le esperienze di una persona.
La tua caratteristica fondamentale potrebbe essersi manifestata a scuola, in famiglia, tra amici e poi nel lavoro. Potresti averla utilizzata in mestieri diversi senza averle mai dato un nome. E potresti non riconoscerla proprio perché, per te, è naturale.
Quello che agli altri sembra difficile, tu potresti farlo quasi senza accorgertene.
Perché diventa importante se i lavori scompaiono
Se costruisci la tua identità soltanto attorno a una professione, ogni innovazione che minaccia quella professione minaccia anche l’immagine che hai di te.
Se invece riconosci il contributo che porti, puoi cercare nuove forme attraverso cui esprimerlo.
Supponiamo che una persona lavori come copywriter. L’intelligenza artificiale può già produrre in pochi secondi testi pubblicitari, email, descrizioni e varianti di una campagna. Se quella persona si definisce esclusivamente come “chi scrive testi”, potrebbe trovarsi in difficoltà.
Ma forse, osservando la propria storia, scopre che ciò che le viene naturale non è semplicemente scrivere. È comprendere idee complesse e renderle chiare, essenziali e vicine alle persone.
Questa caratteristica potrebbe esprimersi nella scrittura, ma anche:
- nella definizione della voce di un’organizzazione;
- nella progettazione di esperienze formative;
- nella supervisione di contenuti prodotti con l’AI;
- nella comunicazione tra tecnici e non tecnici;
- nella costruzione di strumenti che aiutano le persone a orientarsi.
Il mestiere originario può ridursi o cambiare nome. La caratteristica continua a indicare una direzione.
Non garantisce uno stipendio e non rende automaticamente insostituibili. Offre però un criterio più stabile con cui scegliere che cosa imparare, quali problemi affrontare e dove creare valore.
L’intelligenza artificiale può imitare anche la tua caratteristica?
Probabilmente sì, almeno in alcune manifestazioni.
Un’AI può riassumere, collegare informazioni, proporre soluzioni, generare idee, simulare empatia e suggerire decisioni. Un robot può costruire, trasportare, controllare, assistere e intervenire nello spazio fisico. Sarebbe ingenuo sostenere che tutto ciò che definiamo “umano” sia automaticamente al riparo.
La caratteristica fondamentale non è importante perché rappresenta una capacità magica che le macchine non potranno mai riprodurre.
È importante perché ti aiuta a decidere:
- quali problemi vale la pena affrontare;
- quali risultati vuoi contribuire a creare;
- quale responsabilità sei disposto ad assumerti;
- quali strumenti usare, compresa l’AI;
- in quali contesti il tuo modo di agire è realmente utile;
- con quali persone vuoi costruire una relazione di fiducia.
Una macchina può generare cento possibili risposte. Rimane da capire quale domanda meriti di essere posta, quale risposta sia adatta a quella situazione, quali conseguenze siamo disposti ad accettare e chi se ne assumerà la responsabilità.
Anche queste funzioni potranno essere in parte automatizzate. Ma il lavoro del futuro non sarà una gara astratta tra “essere umano” e “macchina”. Sarà un sistema composto da persone, organizzazioni e tecnologie. La questione sarà capire quale posizione vuoi occupare in quel sistema e quale contributo vuoi difendere, ampliare o reinventare.
Tre persone, tre professioni che cambiano
1. Chi fa sentire le persone parte di qualcosa
Una persona lavora nell’organizzazione di eventi. È brava ad accogliere gli ospiti, ricordare dettagli personali e creare un’atmosfera in cui persone molto diverse iniziano a parlarsi.
Software e robot potrebbero automatizzare prenotazioni, logistica, allestimenti e una parte dell’accoglienza. L’organizzazione tradizionale di eventi potrebbe richiedere molte meno persone.
Ma la sua caratteristica fondamentale non è “organizzare eventi”. È creare le condizioni perché le persone si sentano accolte e parte di un gruppo.
Potrebbe applicarla alla progettazione dell’ingresso di nuovi dipendenti in azienda, alla gestione di comunità, all’esperienza dei clienti, a percorsi di apprendimento o a nuovi ambienti ibridi tra presenza e realtà virtuale.
2. Chi collega elementi separati
Un programmatore si accorge che il momento che preferisce non è scrivere codice. Gli piace capire come parti diverse possano comunicare: dati, strumenti, processi e persone.
Se in futuro gran parte del codice verrà prodotto automaticamente, la sua vecchia attività potrà perdere valore economico. Ma la tendenza a vedere relazioni e costruire sistemi coerenti potrebbe diventare ancora più utile.
Potrebbe coordinare agenti artificiali, progettare flussi tra software e robot, tradurre le necessità di un’organizzazione in architetture operative o verificare che sistemi autonomi non producano effetti incompatibili tra loro.
3. Chi trasforma un’intuizione in qualcosa di concreto
Una designer realizza siti e materiali grafici. Gli strumenti generativi permettono ormai a chiunque di produrre decine di proposte visive in pochi minuti.
Osservando le esperienze in cui si è sentita più coinvolta, capisce però che non ama semplicemente “fare grafica”. Le viene naturale dare una forma concreta a qualcosa che all’inizio esiste soltanto come sensazione o intenzione.
Potrebbe usare l’AI per generare alternative più velocemente, ma concentrare il proprio lavoro sull’ascolto, sulla direzione creativa, sulla scelta e sulla coerenza tra identità, esperienza e significato. Oppure applicare la stessa caratteristica alla progettazione di prodotti fisici, spazi o servizi.
In tutti e tre i casi, la persona non si salva perché trova un mestiere invulnerabile. Si orienta perché riconosce un elemento più profondo del mestiere attuale.
Il lato disfunzionale non scompare con l’AI
Ogni caratteristica fondamentale può manifestarsi in modo funzionale o disfunzionale.
Chi tende a vedere molte possibilità può essere creativo e innovativo, ma può anche faticare a scegliere. Con l’AI, che genera alternative quasi infinite, questa difficoltà può aumentare.
Chi cerca precisione può garantire qualità e affidabilità, ma può entrare in un ciclo interminabile di revisioni perché la tecnologia rende sempre disponibile un’altra versione.
Chi desidera aiutare può comprendere profondamente i bisogni degli altri, ma rischia di caricarsi di ogni problema e usare l’efficienza dell’AI soltanto per accettare ancora più richieste.
Chi collega persone e idee può creare reti preziose, ma anche disperdersi tra troppi progetti e relazioni.
Conoscere la propria caratteristica non significa soltanto chiedersi: “In quale lavoro posso usarla?”. Significa anche imparare a riconoscere:
- quando produce valore;
- quando viene usata in eccesso;
- quali contesti la rendono utile;
- quali limiti le servono;
- quali persone e competenze possono equilibrarla.
L’intelligenza artificiale amplifica ciò che le affidiamo. Può amplificare il lato funzionale della tua caratteristica, ma anche quello disfunzionale.
Se scompare il lavoro, non scompare necessariamente il bisogno
Quando pensiamo all’automazione, immaginiamo spesso una macchina che prende il posto di una persona mantenendo invariato tutto il resto.
La realtà potrebbe essere diversa. Alcuni bisogni resteranno, altri diventeranno meno importanti e altri ancora nasceranno proprio a causa della tecnologia.
Più contenuti saranno generati automaticamente, più potrà crescere il bisogno di selezione, fiducia e autenticità.
Più decisioni verranno delegate agli algoritmi, più potrà diventare importante stabilire responsabilità, criteri e limiti.
Più attività verranno svolte a distanza o da sistemi autonomi, più alcune persone cercheranno presenza, appartenenza e contatto diretto.
Più semplice sarà produrre qualcosa, più difficile potrà essere decidere che cosa valga la pena produrre.
Questo non significa che nascerà automaticamente un lavoro ben pagato per ogni bisogno umano. Un bisogno diventa lavoro quando qualcuno è disposto a riconoscerne il valore e a sostenerne il costo. Per costruire una direzione professionale non basta quindi conoscere se stessi: bisogna anche osservare il mondo, sperimentare e capire dove la propria caratteristica incontra una domanda reale.
Il lavoro ideale si trova all’intersezione tra:
- ciò che ti viene naturale portare;
- le capacità che possiedi o puoi sviluppare;
- un contesto in cui quel contributo è necessario;
- una forma economicamente sostenibile.
La caratteristica fondamentale è il punto di partenza, non l’intero percorso.
Potresti non avere più un solo mestiere
Se l’automazione accelererà, l’idea di scegliere una professione una volta per tutte diventerà ancora meno realistica.
Potresti applicare la stessa caratteristica in forme di lavoro diverse:
- come dipendente, assumendoti responsabilità che richiedono conoscenza del contesto e continuità;
- come freelance, offrendo un risultato specifico con l’aiuto di strumenti artificiali;
- come imprenditore, costruendo un sistema in cui AI e robotica moltiplicano la tua capacità operativa;
- come artista o autore, sviluppando una voce, una ricerca e una relazione riconoscibili;
- attraverso una combinazione di queste forme in momenti diversi.
Una persona che sa far emergere chiarezza potrebbe essere oggi consulente, domani creare un prodotto digitale e in seguito lavorare in un’organizzazione. Una persona che fa crescere gli altri potrebbe alternare insegnamento, coordinamento, contenuti e accompagnamento individuale.
La forma cambia. Il filo conduttore resta riconoscibile.
Un esercizio: non rispondere con il nome di un lavoro
Prendi un foglio e prova a rispondere alla domanda del titolo:
Se il mio lavoro attuale scomparisse, che lavoro farei?
Ma imponiti una regola: per il momento non puoi usare il nome di una professione.
1. Recupera cinque episodi reali
Scegli cinque situazioni della tua vita in cui ti sei sentito utile, coinvolto e particolarmente efficace. Non devono provenire tutte dal lavoro. Può trattarsi di un progetto, una conversazione, un problema familiare, un’attività svolta da ragazzo o qualcosa che hai organizzato spontaneamente.
Descrivi che cosa stava accadendo, che cosa hai fatto e che cosa è cambiato grazie al tuo intervento.
2. Cerca il verbo ricorrente
Hai chiarito, collegato, protetto, costruito, semplificato, organizzato, coinvolto, immaginato, riparato, insegnato, guidato o fatto emergere qualcosa?
Non fermarti alla prima parola. “Aiutare”, per esempio, è troppo generico. In che modo aiuti? Rassicuri? Rendi autonomi? Trovi una soluzione? Dai ordine? Mostri possibilità?
3. Separa la caratteristica dallo strumento
Se hai scritto “creo presentazioni”, chiediti che cosa producono le tue presentazioni. Rendono chiaro un messaggio? Convincono a prendere una decisione? Collegano informazioni disperse?
La presentazione è lo strumento. Cerca il contributo.
4. Formula un’ipotesi
Completa questa frase:
Mi viene naturale __________, soprattutto quando __________, in modo che __________.
Per esempio:
Mi viene naturale trovare un ordine nelle informazioni confuse, soprattutto quando le persone non sanno da dove cominciare, in modo che possano vedere una direzione e agire.
Non deve essere una definizione perfetta. Deve essere un’ipotesi abbastanza chiara da poter verificare.
5. Sottoponila alla prova dell’automazione
Ora immagina che tutte le attività con cui oggi esprimi questa caratteristica vengano automatizzate.
Chiediti:
- Dove esisterebbe ancora il problema a cui tendo a rispondere?
- Chi continuerebbe ad averne bisogno?
- In quale nuovo contesto potrei portare lo stesso contributo?
- Quale parte potrebbe essere affidata all’AI?
- Quale responsabilità vorrei mantenere?
- Quali capacità dovrei imparare per applicare la caratteristica in una forma nuova?
Se la tua risposta continua a coincidere con una singola attività, prova ad andare un livello più in profondità.
Come prepararti senza indovinare il futuro
Non puoi sapere con certezza quali mestieri esisteranno nel 2035. Puoi però costruire una capacità di orientamento.
Conosci la tecnologia abbastanza da non subirla
Non devi necessariamente diventare un ingegnere dell’intelligenza artificiale. Devi capire che cosa questi strumenti sanno fare, dove falliscono, come cambiano il tuo settore e come possono amplificare il tuo lavoro.
Rafforza la conoscenza di un contesto reale
Gli strumenti generici sono potenti, ma il valore nasce spesso dall’incontro tra tecnologia e comprensione concreta di persone, vincoli, organizzazioni e settori. Conoscere bene un problema ti permette di usare l’AI con uno scopo, non soltanto di produrre più velocemente.
Costruisci prove del tuo contributo
Non limitarti a dichiarare una qualità. Raccogli episodi, progetti e risultati che mostrino come la tua caratteristica crea un cambiamento osservabile.
Fai piccoli esperimenti
Prima di cambiare completamente lavoro, prova la tua caratteristica in un contesto nuovo: un progetto parallelo, una collaborazione, un servizio semplice, un’attività volontaria o un prototipo.
Non legare tutta la tua identità a un titolo
Puoi amare profondamente il tuo mestiere senza confonderlo con la totalità di ciò che sei. Questa distanza non riduce l’impegno: rende possibile trasformarti quando il contesto lo richiede.
Quindi, tu che lavoro farai?
Forse tra meno di dieci anni il 95% dei lavori attuali non sarà scomparso. Forse molti conserveranno lo stesso nome, ma saranno quasi irriconoscibili nelle attività quotidiane. Forse nasceranno professioni che oggi non sappiamo descrivere.
In ogni caso, cercare il mestiere perfettamente al riparo dall’automazione rischia di essere una falsa sicurezza.
Una domanda più solida è:
Quando strumenti, ruoli e mercati cambiano, quale contributo continuo a voler portare e come posso renderlo utile nel nuovo contesto?
La caratteristica fondamentale non predice il futuro. Non ti rende indispensabile e non sceglie il lavoro al posto tuo.
Ti offre però una bussola.
Se il tuo mestiere dovesse scomparire, non saresti costretto a ricominciare da zero. Potresti ripartire da ciò che hai già espresso in molte forme senza riconoscerlo: il tuo modo naturale di osservare, intervenire e generare valore.
Il lavoro che farai potrebbe non avere ancora un nome.
Ma il contributo da cui costruirlo potrebbe essere già presente nella tua storia.
Fonti e approfondimenti
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